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Giovedì 31 Maggio 2012
IRLANDA AL VOTO
L'Europa guarda a Dublino
Nell'''Isola verde'' oggi il referendum sul Fiscal compact
Gianni Borsa - Sir Europa (Bruxelles)

Un “sì” per difendere pragmaticamente gli interessi nazionali, o un “no” per evitare di piegare il capo alla “frusta tedesca”? I tre milioni di irlandesi chiamati oggi alle urne per il referendum sul Fiscal compact sono presi tra due fuochi. Come accaduto nei diversi referendum su temi europei celebrati nell’isola in passato, il futuro del Paese è nelle mani dei suoi elettori.
Gli irlandesi non si sono fatti scrupolo di bocciare, anche di recente, i Trattati comunitari: è accaduto nel 2001 per Nizza, è successo di nuovo nel 2008 per Lisbona. Salvo poi tornare sui loro passi avendo le idee più chiare oppure perché semplicemente sottoposti a un “prendere o lasciare” che non ammetteva posizioni defilate.
Anche in questo caso Dublino vota alla luce di pressioni evidenti. Anzitutto il Fiscal compact, Trattato intergovernativo deciso per definire regole più stringenti per il rigore fiscale e di bilancio, sottoscritto da 25 Stati Ue (tutti tranne Regno Unito e Repubblica Ceca), entrerà in vigore il 1° gennaio 2013 se lo avranno ratificato 12 dei 17 Stati che adottano l’euro. Quindi un “no” irlandese sarebbe semplicemente ininfluente. D’altro canto, è stato a suo tempo deciso dai firmatari che un “no” al “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’unione economica e monetaria” (questo il vero nome del documento) preclude l’accesso ai finanziamenti provenienti dall’Esm, il fondo salva-Stati, di cui tutti i Paesi, Irlanda in pole position, potrebbero avere bisogno.
Così, nonostante le incertezze dell’opinione pubblica dopo una campagna elettorale piuttosto “calda”, i sondaggi danno per prevalente il voto favorevole.
L’autorevole quotidiano “The Irish Times”, che ha invitato i cittadini a votare per il “sì”, ha spiegato la propria indicazione “non per un’incurabile e acritica eurofilia, bensì per una pragmatica valutazione degli interessi vitali dell’Irlanda e per la sensazione, soprattutto, che ci siano cose che facciamo meglio da soli e altre che possono essere fatte soltanto insieme ai nostri partner europei”. Alla viglia del voto il giornale ha chiarito: “Questo non è – come i sostenitori del ‘no’ vorrebbero farci credere – un Trattato delle banche o un Trattato degli speculatori, ma un Trattato che consentirà agli Stati europei di associarsi tutti insieme contro i capricci degli speculatori, per dar vita a una valuta di peso e stabilità sufficienti a resistere ai loro attacchi”.
Per conoscere l’esito del referendum occorrerà attendere qualche ora (si vota oggi dalle 7 alle 22). Ma sin da adesso il voto irlandese rafforza la consapevolezza che l’Europa è sempre più interdipendente, sia sotto il profilo economico sia per quello politico. Nella competizione economica mondiale, nella rapidità delle trasformazioni demografiche, ambientali, culturali in atto, “nessun Paese europeo può permettersi di fare da sé in certi campi”, ha ribadito il 30 maggio José Manuel Barroso, presidente della Commissione, presentando le “raccomandazioni” economiche e finanziarie agli Stati membri dell’Unione.
Gli occhi europei sono infatti puntati, con eguale attenzione, e apprensione, sulla crisi bancaria spagnola, sulle prossime elezioni greche, sulle riforme in atto in Ungheria, sulle prime mosse del neo presidente francese Hollande, sui contenziosi diplomatici tra Cipro e Turchia, sulla decrescita del Pil in Olanda, sul crescere dei populismi negli Stati nordici... Con misure e pesi differenti, con problemi e risorse diverse, ogni nazione entra nel gioco comunitario. E ogni cittadino europeo ha la sua parte di responsabilità nel costruire una “casa comune” che assicuri la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini Ue e rispetti al contempo le diversità nazionali. Il risultato del voto irlandese andrà interpretato anche alla luce di questa realtà.


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