L’orizzonte sociale e culturale è oggi segnato da un duplice processo, di frammentazione e di radicalizzazione. Lo riscontriamo a tutti i livelli, dall’Europa al condominio e in tutti gli ambiti, dal lavoro alle relazioni sociali. Questo processo può essere assecondato. Nulla vieta, infatti, di trarre i dividendi, le rendite, i vantaggi, dal progressivo venire meno, dalla consumazione e dalla crisi dei quadri di riferimento, dei sistemi di coesione. Si pensi solo alle questioni che oggi si sistemano sotto la rubrica della biopolitica. Assecondare i processi di frammentazione e di radicalizzazione significa assecondare tutte le possibili pulsioni. Ma è solo un esempio. Altri esempi si possono fare nel mondo del lavoro e nel sistema delle relazioni sociali. L’utilitarismo a breve, di cui è una sorta di parabola lo sviluppo dei circuiti finanziari globalizzati, lo illustra molto bene. D’altra parte, ci dicono i filosofi, questo processo di frammentazione e di radicalizzazione ha pure i suoi forti collanti. Con una parola difficile si può parlare del collante nichilistico, con una parola più facile e suadente, del sistema della comunicazione e del consumo globalizzato. Si tratta di collanti che in realtà assecondano e accentuano i processi. La crisi, tuttavia, finisce col falsificare le certezze di questa cultura. Fa crescere un bisogno di verità, di trasparenza, di realtà. Certo è un processo contraddittorio e con costi molto alti. Per cui possiamo porre la questione culturale di fondo. Qual è il punto di rimbalzo di questi processi intrecciati che sembrano dominare la cosiddetta modernità liquida? Ne stiamo misurando alcuni effetti, cioè un senso di ansia collettiva, d’insoddisfazione, di precarietà, di pessimismo, d’indifferenza: quando e come si può determinare l’effetto rimbalzo? Nel dibattito culturale, essendo molto difficile dare risposte certe, è comunque utile porre le buone domande e di qui iniziare dei percorsi. È evidente che nuovi percorsi devono cominciare, proprio perché sembra evidente che i due processi in atto sembrano prossimi al loro punto di rimbalzo. Porre le buone domande significa fare opera di de-mistificazione, ma anche cominciare a rispondere alle attese collettive, che hanno bisogno di espressione. “Nel decennio che la Conferenza episcopale italiana dedica al primato dell’educazione, la missione più alta consiste così nel formare coscienze attente ad ascoltare la chiamata divina e a scoprire in essa la propria identità, la via per diventare testimoni di umanità compiuta fra gli uomini di oggi”, si legge nel comunicato finale dell’assemblea generale della Cei. “Il nuovo sarà comunque diverso”, sottolineano i vescovi, e richiederà “idee, progetti e comportamenti adeguati alla nuova condizione”. Idee, progetti e comportamenti che non possono, però, cadere dall’alto, ma richiedono testimonianza e disponibilità. Oltre che tanto, tanto disinteresse personale, per promuovere il bene comune.
|