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È l’ottavo giorno senza casa per gli sfollati del terremoto, l’ottavo giorno di paura e di emergenza, l’ottavo giorno di dolore per le 7 vittime del sisma. Ma è anche domenica, la domenica di Pentecoste, che i vescovi delle diocesi coinvolte hanno voluto celebrare con una particolare vicinanza alle popolazioni.
Non è distrutta la Chiesa viva. A Finale Emilia, ieri sera, si è tenuta la veglia di Pentecoste della diocesi di Modena-Nonantola, presieduta dall’arcivescovo, mons. Antonio Lanfranchi. “Abbiate coraggio! Il terremoto – ha affermato il presule – ha danneggiato e distrutto, le scosse rendono lontane le persone di casa. Il terremoto ha distrutto le chiese, ma non quella comunità che stasera è qui, per prendere coscienza dell’importanza di essere comunione di doni nello spirito”. “Spinti dal bisogno umano e cristiano di farsi consolatori gli uni degli altri”, ha aggiunto, “non abbiamo vergogna a dire che abbiamo bisogno di conforto”. Ed ecco una parola di speranza. “Da dove ripartire?”, si è interrogato mons. Lanfranchi. “Dalla speranza come voglia di ricostruire: con l’aiuto del Signore e la solidarietà umana. È stata distrutta la chiesa di pietra, ma non la chiesa viva”. Tanti edifici dove da secoli la comunità cristiana si radunava sono andati distrutti, altrettanti sono inagibili. “È come se ci fosse stata portata via la nostra storia”, ha ammesso l’arcivescovo. “Quante gioie e dolori ogni pietra di ogni chiesa racchiudeva in sé”. Ma “con l’aiuto del Signore – ha concluso – le comunità riscriveranno nuove pagine di cultura e storia, ognuno pietra viva”.
Uniti possiamo risorgere. A Carpi, dopo la visita del 20 maggio alle parrocchie della diocesi colpite dal terremoto, il vescovo, mons. Francesco Cavina, è tornato questa mattina a Mirandola per presiedere la Messa in una tensostruttura presso il Palasport. “Sentitevi abbracciati tutti e singolarmente dal Santo Padre che nei giorni scorsi mi ha ricevuto in udienza – ha esordito il vescovo nell’omelia – e ha espresso per la nostra realtà parole di grande sensibilità e tenerezza. Sappiate che, pur non potendo essere fra noi, ricorda tutti nella preghiera e ci invia la sua benedizione”. Anche il vescovo “condivide pienamente questo momento di sofferenza e difficoltà”. Soffermandosi poi sulla solennità di Pentecoste, mons. Cavina ha sottolineato come questo sia il “tempo della fortezza in cui vivere più che mai la fratellanza, il senso di appartenenza alla comunità, l’unione delle forze, l’impegno per il bene comune. Ma si è davvero forti, pronti ad affrontare anche le prove più dure, soltanto se torniamo a Dio, perché è lui la roccia su cui costruire la nostra vita e il nostro futuro”. “Uniti – ha ribadito – possiamo risorgere”.
La carità si è rinvigorita. “Non perdiamo mai la coscienza della nostra fragile condizione” è, invece, la prima riflessione che l’arcivescovo di Bologna, card. Carlo Caffarra, ha affidato a una lettera che nei prossimi giorni verrà consegnata ai parroci delle zone colpite, perché domenica prossima se ne facciano messaggeri presso le rispettive comunità. “La cultura in cui viviamo – secondo il porporato – ha fatto di tutto per oscurare questa consapevolezza”. Ma “chi vive in questa oscurità venga nelle vostre terre; si fermi un istante a guardare quelle rovine e non farà fatica a capire che chi ha insegnato all’uomo a considerarsi padrone di se stesso lo ha tragicamente ingannato”. In secondo luogo, ha scritto l’arcivescovo, “la grave tragedia che vi ha colpito invita tutti, senza eccezione, al sapiente discernimento tra i beni che passano e i beni che restano e che nessun terremoto può distruggere. Venendo tra voi, ho visto tante espressioni di bontà reciproca, di aiuto che uno offre all’altro, di comprensione vicendevole, di preoccupazione per le sorte dei più deboli: bambini, anziani, ammalati. In una parola: la carità si è rinvigorita”. Infine, l’invito a ritornare “al Signore con profondità di fede”.
Non c’è una primogenitura del dolore. L’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Paolo Rabitti, ha celebrato le funzioni di Pentecoste nella chiesa di San Giorgio fuori le mura, dal momento che la cattedrale è ancora chiusa, in attesa di verifiche sull’agibilità. Nei giorni scorsi anch’egli si era rivolto con un messaggio di “solidarietà” ai fedeli, pubblicato dal settimanale della diocesi, “La Voce”. “La geografia – ha scritto il presule – ha i suoi ritmi; la natura fa il suo corso e noi uomini ritroviamo – se mai ce ne dimenticassimo – la nostra piccolezza, fragilità e precarietà. Ma il Signore Gesù ha identificato anche nel terremoto non solo un fatto tellurico, bensì un monito per l’uomo. Infatti, oltre che essere risvegliati sul senso della nostra debolezza naturale, siamo richiamati dal terremoto stesso alla riflessione del ‘Regno di Dio vicino’, cioè, del nostro vero e definitivo destino, che può arrivare a compimento a ogni istante”. Infine mons. Roberto Busti, vescovo di Mantova, nel messaggio pubblicato dal settimanale diocesano “La Cittadella” ha ricordato che “non ci sarà una ‘primogenitura del dolore’: soffriamo insieme alle comunità sorelle da cui il confine regionale non ci ha mai separato e hanno subito colpi ancora più pesanti”.
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