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Mercoledì 23 Maggio 2012
Occorre continuare a salvaguardare scienza e coscienza
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Non una “lettura definitiva” ma piuttosto “un giudizio di sospensione e di rinvio che i promotori dei ricorsi hanno già rilevato”. Tuttavia “in sostanza “un buon risultato”. Antonio Spagnolo, direttore dell’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, intervistato da Giovanna Pasqualin Traversa per il Sir, commenta la sentenza con cui ieri, 22 maggio, la Corte costituzionale ha di fatto restituito gli atti ai giudici di Firenze, Catania e Milano che, in base ad una sentenza di primo grado della Corte di Strasburgo, avevano sollevato la questione della legittimità costituzionale del divieto di fecondazione eterologa previsto dalla Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Facendo riferimento al ribaltamento di questa pronuncia da parte degli stessi giudici di Strasburgo, riuniti successivamente in Grande Chambre il 3 novembre 2011, la Consulta ha invitato i giudici italiani a rivalutare la questione alla luce di questa nuova sentenza che nel divieto di fecondazione eterologa non ha ravvisato alcuna violazione dei diritti umani fondamentali.
Qual è la sua valutazione in merito alla pronuncia della Consulta? “La Corte costituzionale non ha affermato che il divieto di fecondazione eterologa è incostituzionale, ma ha invitato i giudici a considerare quanto affermato dalla Corte di Strasburgo. Una formulazione un po’ ambigua, ma che tutto sommato mantiene il concetto della validità della legge italiana. Noi possiamo trarre le conclusioni che tale divieto non è incostituzionale. Quello che mi sembra importante è comunque l’orientamento generale a prendere in considerazione in modo più serio l’ipotesi (con tutte le sue conseguenze negative) di introdurre terzi estranei all’interno di un rapporto che deve essere esclusivamente a due come quello di una coppia che pensa di avere un figlio”.
Nell’udienza pubblica di ieri a sostegno della Legge 40 è stata sostenuta la necessità che i giudici non si sostituiscano al Parlamento… “Sì, e questo è un ulteriore aspetto molto positivo. Purtroppo nel nostro Paese è più di una volta accaduto che l’attività di tipo medico-assistenziale legata al finevita sia stata affidata alla ‘creatività’ dei giudici che sono invece chiamati ad applicare senza forzature le leggi vigenti”.
Perché la sua contrarietà alla fecondazione eterologa? “In linea generale io sono molto critico anche nei confronti della procreazione medicalmente assistita che sta presentando molte criticità non solo sul piano etico ma anche su quello scientifico. La letteratura scientifica internazionale più prestigiosa sta infatti presentando evidenze di aumenti di danni a carico dei bambini frutto di fecondazione artificiale, aspetto purtroppo poco pubblicizzato in Italia. La rivista ‘Circulation’ si chiede addirittura, con riferimento all’aumento delle patologie cardiache, se il cosiddetto ‘miracolo’ della fecondazione artificiale si debba accettare anche a questo prezzo. Il concetto generale è che bisognerebbe chiedersi se il concetto del male minore, che nel nostro Paese ha sotteso l’approvazione della Legge 40 di fronte al cosiddetto Far west procreatico, sia in realtà sempre giustificabile. A maggior ragione quando a contribuire alla fecondazione artificiale sono terze parti che rendono più difficile, se non impossibile, risalire alla reale identità biologica del bambino, contravvenendo alla Convenzione dei diritti del fanciullo che prevede per ogni bambino il diritto di conoscere i propri genitori biologici. Inoltre la fecondazione eterologa provoca una grave frammentazione della genitorialità, con scompensi anche sul piano emotivo e relazionale”.
Non le sembra che dietro questo dibattito vi sia una visione antropologica che giustifica una sorta di errata “presunzione” di diritti fondamentali? “Nessuna legge dovrebbe impedire ad una coppia di avere un figlio; il diritto a procreare sul piano antropologico è una possibilità insita nella natura umana e finalizzata alla discendenza e alla conservazione della specie. Tuttavia questa aspirazione non può essere soddisfatta ad ogni costo. Rivendicare un diritto implica il corrispondente dovere da parte di qualcuno di soddisfare questo diritto, ma questa visione dei diritti porta su un pendio scivoloso e apre possibili gravi derive – e lo stiamo vedendo in materia di finevita -, oltre a porre interrogativi al principio dell’obiezione di coscienza da parte del medico. Oggi si sta diffondendo l’idea deviata che opporre un rifiuto per motivi di coscienza ad alcune tecniche o interventi resi possibili dalla medicina significhi abdicare alla stessa professione medica. Invece il medico che si dedica alla Pma (Procreazione medicalmente assistita) può essere d’accordo su certe procedure e non su altre, non solo per implicazioni etiche ma perché alcuni interventi possono essere scorretti anche sul piano medico-scientifico. Occorre pertanto continuare salvaguardare ‘scienza e coscienza dell’operatore sanitario’ come prevede la Legge 40”.
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