Quindici mesi dopo la destituzione di Hosni Mubarak, provocata dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011, che ebbe in piazza Tahrir il suo centro propulsore, gli egiziani oggi e domani si recheranno alle urne per eleggere il loro presidente. Cinquanta milioni gli aventi diritto al voto che dovranno scegliere tra 12 candidati. Di questi, però, nessuno viene accreditato della vittoria al primo turno, per cui sembra scontato il ricorso al ballottaggio previsto per il 16 e il 17 giugno. Quattro i favoriti, due islamisti e due candidati che ricoprirono dei ruoli nel regime di Mubarak: l’indipendente Abdel Moneim Abulfutuh, esponente dell’ala più pragmatica della Fratellanza Musulmana, dalla quale è stato espulso lo scorso anno perché piuttosto moderato, Mohamed Morsi, candidato ufficiale dei Fratelli Musulmani, di cui è figura di alto rango, l’ex segretario della Lega Araba, Amr Moussa, che fu ministro degli Esteri sotto il Rais, e Ahmed Shafiq, ultimo premier dell’era Mubarak. Grandi sono le attese per queste elezioni che, si spera, siano le più credibili e trasparenti degli ultimi 60 anni della storia del Paese. Ingente lo schieramento di forze di sicurezza, polizia ed esercito, con loro anche 14.500 giudici e 65 mila impiegati pubblici per monitorare il processo. Come osservatori sono presenti anche 49 organizzazioni locali e 3 straniere, tra cui anche il Carter Centre dell’ex presidente Usa Jimmy Carter.
La prima volta. “Un momento, storico, particolare per l’Egitto che, forse per la prima volta nella sua storia, si trova a scegliere liberamente il suo presidente. In passato le elezioni presidenziali erano in qualche modo pilotate, quasi una formalità. Questa volta il popolo può scegliere tra un novero di oltre dodici candidati nel segreto dell’urna. Credo che sia un frutto della rivoluzione di piazza Tahrir”. Con queste parole mons. Botros Fahim Awad Hanna, vescovo ausiliare copto-cattolico di Alessandria, saluta il voto che darà all’Egitto il primo presidente del post-Mubarak. Parlando al Sir, tuttavia, non nasconde alcune preoccupazioni: “Non siamo ancora abituati alla democrazia, permane una certa preoccupazione tra la gente perché il futuro è ignoto ma c’è anche la consapevolezza che a deciderlo è il popolo scegliendo un nuovo presidente. Paura che si sente in modo particolare tra le minoranze che temono che gli islamisti vadano a occupare tutti i centri di potere dell’Egitto, e quindi anche la presidenza. L’esito delle elezioni parlamentari, che hanno visto vincitori partiti islamisti come i Fratelli Musulmani e i Salafiti, rafforza questo timore. Con una deriva islamista e integralista a rischio è l’identità stessa dell’Egitto”.
Il voto cristiano. Davanti a ciò è lecito pensare che il voto dei cristiani, che nel Paese sono circa il 10% della popolazione, possa convogliarsi verso Moussa o Shafiq. A confermare questa tendenza sarebbe anche la notizia di una catena di sms tra la comunità copta che invita ad appoggiare Shafiq contro Moussa che avrebbe stipulato un accordo con i Fratelli Musulmani, secondo il quale se l’ex capo della Lega araba venisse eletto darebbe l’incarico di premier e di vicepresidente a esponenti della Fratellanza. “La Chiesa cattolica egiziana non ha dato nessuna indicazione di voto – precisa il vescovo – ma ha ribadito quelli che sono i valori fondamentali da tenere presenti nella scelta del candidato”. Sulle elezioni incombe anche il sospetto che il Consiglio supremo delle Forze armate al potere non intenda cedere all’autorità civile eletta il potere una volta nominato il presidente, passaggio che dovrebbe avvenire il 30 giugno. Pesanti, a riguardo, sono le dichiarazioni fatte al giornale “Al-Hayat” dall’ex capo dei servizi segreti, Omar Suleiman, escluso dalle presidenziali, che prevede un golpe militare se i Fratelli Musulmani arriveranno a controllare i vertici dello Stato. “Spero non ci siano problemi nel passaggio – è l’auspicio di mons. Hanna – anche se i militari, che sono sempre stati rispettati, sanno bene che un eventuale controllo del potere da parte della Fratellanza li metterebbe a margine”. Una situazione resa ancor più complicata dalla Costituzione “temporanea” che la giunta militare intenderebbe imporre in Egitto di fronte allo stallo nell’Assemblea costituente chiamata a riscriverla. Contro questa possibilità si sono schierate varie forze politiche e molto dipenderà dal nuovo presidente. “Più che cosa faranno i militari – aggiunge il presule copto – ci preoccupa cosa stabilirà la futura Costituzione e i valori che vi saranno espressi. Ai nostri fedeli spieghiamo l’importanza di avere una Carta che garantisca le libertà, i diritti umani e l’uguaglianza tra tutti i cittadini”. Appoggio a Moussa o a Shafiq dovrebbe venire anche dai copto-ortodossi, sebbene, affermano alcune fonti del Sir al Cairo che chiedono l’anonimato per ragioni di sicurezza, “non sia da escludere che una parte del voto copto vada all’islamista moderato Abulfutuh, anche per una sorta di autodifesa, quasi a dire: sto con gli islamici per evitare problemi in futuro”.
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