“La prossima edizione del Festival biblico prenderà ispirazione dall’Anno della fede indetto da papa Benedetto XVI, per riflettere sul tema del rapporto tra il credente e la libertà, e far comprendere che la fede non è contraria alla libertà, anzi genera rinnovamento e incontro”. Ad anticiparlo è mons.
Roberto Tommasi, presidente del Festival biblico (
www.festivalbiblico.it), che inizia domani, 18 maggio, a Verona – sul tema “‘Perché avete paura? (Mc 4,40)’. La speranza dalle Scritture” – per “trasferirsi” poi a Vicenza, sede storica dell’iniziativa, dove resterà fino al 27. Maria Michela Nicolais, per il Sir, ha intervistato mons. Tommasi.
Una delle novità del Festival è la “tappa” a Verona: quali gli auspici per questa edizione?
“Il Festival biblico è nato otto anni fa in modo quasi artigianale in un gruppo di amici, poi ha coinvolto l’Ufficio diocesano per la cultura e si è avvalso della collaborazione delle Paoline. Di anno in anno, l’idea vincente di portare la Bibbia nelle strade e nelle piazze oltre che nei luoghi sacri ha incontrato una crescente attenzione, anche per la pluralità dei linguaggi. Per questo abbiamo ritenuto interessante accettare la richiesta di una diocesi sorella, come quella di Verona, ad esplorare anche lei questo percorso. Probabilmente l’anno prossimo l’esperienza si ripeterà con Padova, che ha già avanzato richieste in questo senso. L’intenzione di fondo del Festival è quella di far parlare le Scritture: dopo i giorni a Verona e in altri 12 centri, giovedì 24 è in programma l’apertura a Vicenza, con un dialogo tra Enzo Bianchi e Ferruccio De Bortoli che vuole essere anche un omaggio al card. Martini, e al ruolo fondamentale che ha avuto nella Chiesa italiana per aiutare a riscoprire la Bibbia”.
Parlare di speranza, in un tempo di crisi, rischia di sembrare un’utopia: come riscoprire questa virtù, a partire dalla Parola?
“Siamo arrivati a scegliere il tema di quest’anno a partire dal tema della scorsa edizione, che era ‘Di generazione in generazione’. Nella ‘Gaudium et Spes’, al n. 31, si dice che il futuro dell’umanità va riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di vita e speranza. Ci è sembrato che il tema della speranza potesse aiutarci a continuare a riflettere sul tema del ‘passaggio’ da una generazione all’altra. Ma al termine speranza, nel titolo del Festival, abbiamo affiancato quello di paura: oggi, accanto alle paure che da sempre accompagnano la vita dell’uomo, c’è anche la paura di rimanere prigionieri delle nebbie di una crisi che è economica ma è anche una crisi di lavoro, che si riflette sulle situazioni personali e familiari di vita. L’idea è quella di partire dalla consapevolezza che la Bibbia, oltre a essere il ‘grande Codice’ dell’Occidente, è anche lo specchio della vita dell’anima per ciascuno di noi”.
Un messaggio “realista” e anche controcorrente...“La Bibbia sa molto bene che la paura è una delle emozioni più centrali, e spesso più rimosse, dell’uomo. Oggi la paura non viene più rimossa, e si comincia a parlarne a tutti i livelli, anzi talvolta i media ne parlano anche troppo rischiando di esasperare i toni e le situazioni. Nella Bibbia, la speranza non è un sogno che vorrebbe sostituirsi alla paura, e neanche un’utopia a buon mercato. Il pericolo è che si trasformi la speranza nella capacità di creare illusioni, per dare luogo a una pacificazione momentanea, ma che toglie qualsiasi impegno e responsabilità nel cambiare le cose. Nella Bibbia, invece, la speranza nasce da una conoscenza profonda dell’uomo e delle sue paure: le Scritture sono in grado di mostrare che l’uomo porta in sé la fragilità, ma che con la paura convive anche la speranza, intesa come capacità di lavorare sul presente e sul passato per costruire un futuro diverso, che scaturisce da ciò che Dio ha fatto per l’uomo attraverso il grande ‘sì’ della Resurrezione di Gesù. Quella del cristiano è una speranza umile, come dice Paul Ricoeur: è una fiducia serena, che viene dal sapere che, nonostante le difficoltà, c’è un Dio che non ci lascia soli, e che attraverso la Resurrezione è possibile credere che la vita non va incontro al fallimento, al nulla. Grazie alla speranza, ciascuno di noi può sentirsi parte del cammino di Dio con l’umanità, attraverso l’impegno dell’uomo nella storia”.
Una “cifra” del Festival biblico è il dialogo tra credenti e non credenti. A che punto siamo del cammino?“Come ha detto il Papa nell’omelia di domenica scorsa, noi cristiani ci sentiamo cittadini di una città, di uno Stato, di un Paese, e come tale partecipiamo del cammino di una società complessa, caratterizzata da punti di vista e tradizioni religiose e culturali differenti. Il cristiano è convinto di avere qualcosa d’imperdibile da offrire – all’insegna della fraternità, del rispetto dell’altro che ci ha insegnato Gesù – ma è anche convinto che, ascoltando nel profondo le istanze degli altri, anche non credenti ma protesi verso la ricerca di qualcosa che ci superi, si comprendono meglio le ricchezze della nostra fede e della nostra umanità. Noi cristiani siamo chiamati a cercare la fraternità e il dialogo con tutti, senza intendere il dialogo in senso irenistico ma sentendoci insieme pellegrini sulla strada di un’esistenza migliore. Fino a pochi anni fa, in Italia c’erano steccati molto forti fra credenti e non credenti: oggi c’è una libertà diversa, con molti è possibile condividere molte cose, a partire dalla passione per l’uomo e per la società, ma anche dall’apertura verso Dio che noi cristiani per grazia un po’ conosciamo e che gli altri, forse, cercano non meno intensamente”.