L’aspetto positivo della “primavera araba” è “l’inizio di un processo nuovo”, che avrà tempi molto lunghi e complessi. “Spero si capisca che i cittadini hanno diritto alla libertà, al rispetto, al lavoro. Hanno il diritto di partecipare alla costruzione del presente e del futuro del proprio Paese”. È l’auspicio espresso al Sir da mons. Ghaleb Bader, arcivescovo di Algeri. Di nazionalità giordana, è alla guida di una piccola comunità di cattolici (circa 5.000, meno dell’1% della popolazione) su 34 milioni di abitanti. Patrizia Caiffa, per il Sir, lo ha intervistato a margine di un convegno sull’Africa tenutosi alla Pontificia Università Urbaniana.
Cosa pensa della “primavera araba”? “È stata chiamata frettolosamente ‘primavera’, ma è tutt’altra cosa. Non si può pensare di portare la democrazia quando la gente non sa nemmeno cosa sia. Si tratta di un processo lungo che richiede educazione, tempo. Dalla rivoluzione francese a oggi ne è passato di tempo, per cui non possiamo pretendere che questi popoli passino da un giorno all’altro da un regime a una democrazia. L’aspetto positivo è l’inizio di un processo nuovo: la gente può almeno esprimersi senza paura e questo lascia sperare per il futuro. Ma come tutte le rivoluzioni sono necessari anni per vedere dei cambiamenti reali. Auguro a questi Paesi che il processo sia pacifico e che i responsabili capiscano che il tempo dei dittatori è oramai finito per sempre. Spero si capisca che i cittadini hanno diritto alla libertà, al rispetto, al lavoro. Hanno diritto di partecipare alla costruzione del presente e del futuro del proprio Paese. Se dalla ‘primavera araba’ esce qualcosa del genere è già moltissimo, è un buonissimo inizio per questi Paesi”.
Dopo l’Egitto e la Tunisia sembrava che anche l’Algeria sarebbe stata coinvolta in questo processo di cambiamento. Com’è oggi la situazione? “Lo scorso anno abbiamo avuto delle manifestazioni, in contemporanea con le rivolte in Tunisia, ma non hanno avuto presa. Non perché non ci siano gli stessi bisogni, ma solo perché l’Algeria è rimasta terrorizzata dal terrorismo degli anni Novanta e non vuole ripetere l’esperienza. Gli algerini sono ancora traumatizzati dalle ferite del passato, non riescono a convincersi che possono vivere una vita normale. Inoltre la gente non ha speranza negli esiti delle rivoluzioni. Dice di aver provato tutto e che, alla fine, sono tutti corrotti. Quello che sta succedendo in Tunisia, Libia ed Egitto conferma i timori della gente. Ha inoltre paura delle incognite: è bello fare una rivoluzione, ma dopo? Non c’è un programma, un’alternativa. C’è il rischio che, passata la festa, si torni a una situazione peggiore di prima, come sta avvenendo in Egitto o Libia”.
Come vengono portate avanti le istanze sociali in Algeria? “C’è stato qualche sciopero. Ma l’Algeria non è la Tunisia. Ben Ali è scappato quando ha capito che l’esercito non l’appoggiava. In Algeria l’esercito e la polizia controllano molto e la gente ha smesso di manifestare. Non c’è nemmeno una vera opposizione che possa convincere le persone a scendere in piazza”.
Intanto in Siria la situazione è sempre più grave. Siete preoccupati? “Siamo in stretto contatto con i nostri confratelli del Medio Oriente. Siamo preoccupati per tutti i cittadini siriani che soffrono, non solo per i cristiani. Sogno un giorno in cui si parli di cittadini e non di musulmani o cristiani. Sarebbe bello se ognuno potesse vivere la sua fede nel segreto del suo cuore, per diventare un cittadino migliore. Davanti alle autorità dovrebbe essere considerato un cittadino con diritti e doveri, senza l’etichetta di cristiano o di minoranza. Finché si continua a parlare di maggioranze e minoranze è un brutto segno”.
Quali sono le speranze e le necessità della vostra comunità cristiana? “Siamo una piccolissima minoranza cristiana ma la nostra azione è più visibile dei nostri numeri. Non c’è un algerino che non conosce la Chiesa cattolica, che non apprezzi quello che facciamo nel sociale, nell’educazione. Siamo accettati, stimati e benvoluti. Oggi il nostro problema è che da qualche anno non riusciamo più a far arrivare il personale di cui abbiamo bisogno: ci sono difficoltà nella concessione dei visti oppure vengono concessi solo visti turistici e non permessi di soggiorno”.
L’Algeria è terra di transito per molti migranti africani. Cosa fate per loro? “Abbiamo due uffici per i migranti. Non chiediamo se sono regolari o irregolari, né quale sia la loro religione o nazionalità. Sono solo persone in difficoltà e noi li aiutiamo per carità cristiana”.
Anche molti algerini, i cosiddetti “harraga” – in arabo significa “colui che brucia” le frontiere – tentano la traversata. Cosa pensa dell’atteggiamento dell’Europa? “I giovani algerini s’imbarcano con il primo mezzo possibile, senza documenti. Tutti vogliono andare in Francia perché parlano francese. L’Europa ha tutte le ragioni, perché l’immigrazione deve essere regolare. Dopo l’accoglienza ci sono tanti problemi d’integrazione, lingua, lavoro, malavita. Se la migrazione non è regolare e preparata diventa un problema per le persone stesse e per chi le accoglie”.
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