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Martedì 15 Maggio 2012
LIBERTÀ RELIGIOSA
Una legge in cantiere
Silvio Ferrari (giurista): ''Un messaggio dal punto di vista simbolico''

“L’Italia e l’Europa sono divenute sempre più consapevoli dell’importanza del pluralismo culturale e del dialogo interreligioso”. Ciò costituisce “un fatto importante per la formazione a una cultura improntata ai valori della laicità positiva” nella quale svolgono “un ruolo sociale” le religioni “nella prospettiva di una società pienamente aperta”. Lo ha scritto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ai promotori di un convegno di studio che si è svolto a Roma sul tema “Una legge sulla libertà religiosa – Urgente, inutile, impossibile”. Il convegno, promosso dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, ha visto confrontarsi sulla questione giuristi, politici ed esponenti delle varie religioni presenti sul territorio nazionale. Maria Chiara Biagioni, per il Sir, ha chiesto a Silvio Ferrari, docente di diritto e religioni all’Università di Milano, di fare il punto della situazione.

Quanto è importante avere una legge quadro sulla libertà religiosa oggi in Italia?
“Una legge sulla libertà religiosa è importante se riesce a raggiungere quattro obiettivi: il primo obiettivo dovrebbe essere quello di accorciare la distanza tra Confessioni religiose forti (quelle con l’Intesa) e Confessioni religiose deboli (quelle senza l’Intesa), permettendo, per esempio, alle Confessioni senza Intesa di dedurre dalle tasse quello che donano i loro membri alla Confessione religiosa. Secondo obiettivo della legge dovrebbe essere quello di rendere più trasparente il procedimento di riconoscimento delle Confessioni religiose: oggi è un procedimento gestito dal ministero dell’Interno che non dà grandi sicurezze né sui tempi di risposta né sui requisiti necessari per ottenere il riconoscimento. Terzo obbiettivo: esplicitare alcuni diritti che sono già contenuti nella Costituzione ma in maniera implicita. Faccio un esempio: il diritto ad avere un luogo di culto che è parte del diritto alla libertà religiosa e, quindi, non può essere per esempio sottoposto a referendum. Ultimo obiettivo della legge è quello un po’ più tecnico d’introdurre una figura di associazione con finalità religiosa. Noi, per esempio, abbiamo oggi tantissime associazioni musulmane che sono piccole associazioni che gestiscono una sala di preghiera, oppure un centro culturale. Hanno le strutture giuridiche le più diverse: sono associazioni di promozione sociale, onlus, mentre la loro è una finalità religiosa. Non è giusto che si debba nascondere questa finalità religiosa. Sarebbe più giusto se ci fosse un modello di base semplice di associazione con finalità religiose”.

Perché non si è riusciti ad oggi ad avere una legge quadro? Dov’è l’impasse?
“L’impasse è legato storicamente al fatto che dopo il Concordato e, quindi, a partire dal 1984 le Confessioni religiose hanno cercato di avere un’Intesa con lo Stato perché era l’unico canale aperto. C’è stata, cioè, una sorta di corsa all’Intesa che ha avuto due conseguenze negative. La prima sono le Intese fotocopia: le Intese sono tutte uguali, non rispondono ai problemi specifici delle singole Confessioni religiose proponendo un modello standard. La seconda conseguenza è che a un certo punto lo Stato italiano si è fermato per cui adesso c’è una coda di Comunità religiose che hanno stipulato l’Intesa ma non hanno la legge di approvazione della stessa e tutto questo perché si è caricato tutto sulle Intese, mentre le Intese avrebbero dovuto rispondere ad alcune necessità specifiche e una legge sulla libertà religiosa avrebbe dovuto rispondere alle necessità comuni e generali. Non è stato fatto e adesso bisogna ammettere che è difficile fare una legge”.

Perché?
“Io mi occupo con altri colleghi di Comunità musulmane e so che loro non sono interessate alla legge sulla libertà religiosa ma all’Intesa. Si tratta, però, per loro di una processo difficilissimo perché non hanno uno struttura organizzativa adeguata. L’unica possibilità che hanno – se ce la fanno – è quella di creare una ‘umbrella organisation’, cioè una Federazione di coordinamento all’interno della quale ci siano le varie comunità. Però i musulmani italiani sono ancora indietro”.

Quanto è importante una legge quadro?
“Intanto bisogna dire che possiamo sopravvivere anche senza la legge. Però una normativa sarebbe importante perché darebbe un messaggio dal punto di vista simbolico. E il messaggio è questo: ci sono dei diritti fondamentali che spettano a tutte le Comunità religiose anche a quelle più piccole e senza Intesa. Se ci fosse anche una scatola giuridica accessibile dove le varie Comunità piccole, indù, buddiste musulmane ecc. potessero inserirsi, ci sarebbe molto meno disordine di quanto non ce ne sia oggi dove noi troviamo Comunità religiose mascherate sotto le strutture giuridiche più varie”.

E la Chiesa cattolica?
“C’è stato un periodo in cui la legge è stata guardata con interesse e un secondo momento in cui invece la Chiesa cattolica si è tirata fuori dal problema temendo che la legge sulla libertà religiosa fosse il cavallo di Troia per far passare l’idea che attraverso questa legge venisse veicolato il principio secondo cui non dovrebbe esserci nessuno spazio per le religioni nella vita pubblica. Ora dipende dai contenuti della legge. Non si può dare un’approvazione a priori: però dico che se una legge è fatta bene, la Chiesa cattolica non dovrebbe averne paura”.



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