Domani, domenica 29 aprile, la Chiesa celebra la XLIX Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Per l’occasione il Papa ha scritto un messaggio dal titolo “Le vocazioni dono della Carità di Dio”. Luigi Crimella per il Sir ha intervistato il direttore del Centro Nazionale Vocazioni (Cnv), mons. Nico Dal Molin.
Il tema della Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni afferma che queste sono “un dono della Carità di Dio”. La gente oggi crede a sufficienza a questo amore di Dio per gli uomini? “Credo che quando si parla di amore di Dio serva fare un passo indietro per contestualizzare questa affermazione. Nella cultura attuale quando si parla di amore il rischio è di banalizzarlo e di renderlo una realtà scontata e superficiale. Oserei dire che uno dei grandi malati della cultura contemporanea è proprio l’amore. Amare significa avere un atteggiamento di bene-volenza; significa cioè volere il bene dell’altra persona. In questo tempo di profondo individualismo e narcisismo centrato sul proprio io, è sempre più difficile vivere ‘il bene dell’altro’. Per questo penso che anche l’amore di Dio non sia una realtà scontata nella vita delle persone e dei credenti. Il Papa nel suo messaggio ci ricorda che questo “amore è senza riserve, ci precede, ci sostiene, e ci chiama lungo il cammino della vita ed ha la sua radice nella assoluta gratuità di Dio”.
La crisi economica in cui siamo immersi viene affrontata con nervosismo dai mondi della politica, dell’economia, della tecnica. Invece il Papa nel messaggio per la Giornata delle vocazioni parla di un amore divino che “ci precede, ci sostiene e ci chiama”. Quindi dà una idea di pace, serenità, fiducia. Come guardare al ruolo delle vocazioni “speciali” in un simile contesto socio-politico? “San Giovanni della Croce, vivendo un momento molto sofferto della sua vita scrive alla priora del Monastero di Segovia: ‘non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio; e dove non c’è amore metta amore e raccoglierà amore’. In questo contesto di assoluta precarietà nel quale tutti noi siamo immersi, le vocazioni di speciale consacrazione dal ministero ordinato alla vita consacrata, possono diventare una testimonianza profetica di profonda riconciliazione e serenità interiore; ma ad una condizione, che riescano ad esprimere la dimensione oblativa cioè di offerta di benevolenza e di consolazione per essere ‘suscitatori di comunione tra la gente e seminatori di speranza’”.
Una conseguenza del clima sociale in cui siamo immersi è che i giovani sono spinti a cercare strade sempre più complesse per affermarsi nel mondo del lavoro. Inseguono lauree “specialistiche”, master, corsi di élite, per “emergere” e trovare lavori ben retribuiti. L’orizzonte culturale punta tutto sul proprio sforzo e non c’è spazio per l’azione di Dio. Come offrire questa diversa prospettiva ai giovani? “La logica del ‘fai da te’ e una dimensione esasperata dell’autorealizzazione portano ad una fuga costante da se stessi, la cui conseguenza è di essere competitivi, arrivisti, cercatori affannati di visibilità. Questo potrebbe essere un rischio anche per le persone consacrate e per chi lavora nell’ambito della pastorale: cercare maggiormente la dinamica della efficienza più che quella della efficacia. Per ovviare a questo rischio la scelta di una vocazione di consacrazione dovrebbe privilegiare in via prioritaria la dimensione della interiorità”.
Un tempo c’era considerazione e stima per le vocazioni religiose e presbiterali. Oggi la cultura le considera “particolari”, se non “residuali”. È possibile un recupero di valore nel sentire comune verso tali vocazioni? “È vero che per molte famiglie se un figlio desidera orientarsi ad una vocazione di consacrazione, questo viene percepito come un evento nefasto più che benedetto. Ed è altrettanto vero che le vocazioni presbiterali e consacrate, spesso sono considerate come diminuzione di opportunità umane. Tuttavia il profondo radicamento dei sacerdoti e dei consacrati nella vita della gente delle comunità cristiane e degli ambiti di frontiera dell’emarginazione e della carità, viene tuttora visto con un senso profondo di simpatia e di umana condivisione della vita e della sofferenza. Il sacerdote come il consacrato sono gli unici ad essere realmente presenti nei momenti significativi della vita: nella gioia, nelle malattie, nei distacchi, nella morte”.
Così come assistiamo alla “globalizzazione” dell’economia, potrebbe essere auspicabile una “globalizzazione” dei percorsi vocazionali, con scambi tra seminari di paesi diversi o con flessibilità dei percorsi formativi negli istituti religiosi? “La prospettiva pastorale dei sacerdoti ‘fidei donum’ è già una realtà presente nella chiesa dagli anni post Concilio Vaticano II. A livello formativo ritengo auspicabili, esperienze vissute in realtà diverse dalle proprie chiese locali come opportunità di ampliare il proprio orizzonte umano ed ecclesiale. Personalmente propendo per considerarli dei momenti formativi, che vanno ad integrare un percorso educativo che non può perdere il riferimento specifico sia alla propria cultura che all’esperienza essenziale della propria chiesa locale. Per quanto riguarda gli Istituti di vita consacrata questa flessibilità è già ampiamente praticata anche a causa della decrescita delle vocazioni nella Chiesa Europea e delle risorse vocazionali che vengono dalle giovani Chiese del mondo”.
|