In Italia quasi un giovane su tre è disoccupato. Lo affermano i dati diffusi oggi dall’Istat secondo i quali lo scorso dicembre il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 31%. Proprio ieri il presidente della Commissione europea Josè Durão Barroso ha proposto d’inviare un team di esperti in Italia e in altri sette Paesi ad alta disoccupazione. Il SIR ha parlato della grave situazione italiana con Mario Pollo, docente di pedagogia alla Lumsa, Cristiano Nervegna, segretario di Forma (associazione nazionale enti di formazione professionale), e Michele Colasanto, docente di relazioni di lavoro all’Università Cattolica di Milano.
Una sorta di moratoria. “Se l’Italia vuole avere un futuro, è obbligata a cambiare: altrimenti, la storia e la tradizione italiana si esaurirà e saranno altri a portarla avanti sul nostro suolo”, afferma Mario Pollo. “Questo indicatore – spiega – è un segnale preoccupante di una società, come quella italiana, che sta invecchiando, che non è proiettata verso il futuro: non solo perché non genera una nuova generazione, ma perché nei confronti di quei pochi che genera attua una sorta di moratoria, li congela e tende a inserirli nella vita produttiva, sociale e politica quando non sono più giovani da un pezzo”. Uno dei fattori determinanti di questo “oscuramento del futuro”, spiega Pollo, è proprio la carenza del lavoro: “I giovani sanno che, qualsiasi percorso sceglieranno, avranno alte probabilità di non riuscire a trovare un lavoro aderente a quello per cui hanno studiato. Così molti di loro si rassegnano a vivere giorno per giorno, e questa precarietà mina la loro progettualità, la loro capacità di sognare”. Per invertire questa tendenza, conclude Pollo, “occorre un cambio di rotta radicale: oggi, invece, ci si limita a fare ‘buoni parcheggi’ per i giovani, ma mancano politiche tese a far sviluppare la loro capacità di costruirsi il lavoro e la vita”.
Un’azione forte e specifica. Per Cristiano Nervegna, è “imbarazzante un dato così elevato di disoccupazione giovanile per il nostro Paese. Se si tiene conto del fatto che i numeri presentati (un giovane su tre è senza lavoro) riguardano persone che, comunque, partecipano al mercato del lavoro, senza contare che ci sono circa due milioni di ragazzi che non studiano e non lavorano (i Neet in Italia continuano ad aumentare), la dimensione del fenomeno assume dimensioni molto preoccupanti”. Le cause di tale situazione, sottolinea, “devono essere ascritte, certamente, all’attuale crisi economica, che ha però soltanto ampliato tendenze già presenti. Dalle politiche del lavoro, all’istruzione, alla promozione d’innovazione e ricerca, l’Italia non sembra considerare i giovani come una risorsa per il futuro del Paese”. Questa, avverte Nervegna, “che si configura come una frattura sociale sempre più evidente, richiede un’attenzione forte e specifica, così come l’impegno coordinato di politiche che, partendo dalla scuola e dalla formazione professionale (che deve essere rilanciata e promossa), arrivino a offrire percorsi professionali che non sfocino, sistematicamente, in una precarietà senza sbocco. Recuperare futuro e progresso sociale, per queste generazioni, vuole dire, però, anche meno privilegi per alcune classi sociali e più meritocrazia in un mercato del lavoro efficiente”. Secondo l’esperto, “le soluzioni a questi problemi ci sono. Così come esempi di azioni che si sono rivelate efficaci e buone prassi da diffondere”.
Apprendistato e nuove direttrici di sviluppo. “I dati Istat riconfermano l’anomalia che riguarda l’Italia, ovvero nel nostro Paese siamo in presenza di una disoccupazione generale che si mantiene in linea con quella europea, mentre quella giovanile è molto più alta rispetto al resto del continente”, afferma Michele Colasanto. Per il docente, “la disoccupazione giovanile viene solitamente imputata in parte alla flessibilità, che a causa della scadenza temporale dei contratti si è trasformata in precarietà e in parte agli inoccupati, ovvero a coloro che non hanno mai lavorato. Inoltre, accanto a queste criticità ci sono altri due problemi che affannano i giovani”. Il primo “riguarda la discrasia tra titoli di studio conseguiti dai ragazzi e quelli richiesti dalle imprese e il secondo, il troppo tempo che passa per trovare un impiego”. Secondo Colasanto, “per aiutare i giovani bisognerebbe far crescere complessivamente il Paese esplorando nuove direttrici di sviluppo. Settori su cui agire potrebbero essere quello dell’ambiente, della cura del patrimonio artistico, del lavoro delle donne, che può essere incentivato se sostenuto da servizi alla famiglia. Tutti questi ambiti rappresentano dei bacini occupazionali importanti”. Infine, conclude, “bisognerebbe ragionare in termini di percorsi d’ingresso, valorizzando per esempio l’apprendistato come strumento diretto a consolidare l’avvio al lavoro dei giovani”.
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