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COMMENTO AL VANGELO
Domenica 5 settembre

''Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo''.

Sap 9, 13-18; Fm 9b-10.12-17; Lc 14, 25-33

Si inizia con una folla numerosa che gli andava appresso e si finisce con la scelta di un singolo discepolo che lascia tutto e abbraccia la propria croce. Dai molti uno, perché poi, da quell’unico conio, ne vengano molti. La folla era attirata dai prodigi, dalle guarigioni, da quelle parole uniche e nuove. Gesù ne è consapevole e, volgendosi indietro, mostra l’esigenza di una dedizione totale. Parla a tutti e a ciascuno. Oggi a noi, con le stesse parole e con identico sguardo.

Come può una folla ridursi a pochi? Gesù aveva appena raccontato di quell’uomo che ha fatto molti inviti, tutti disertati con ogni genere di scusa. Per poi ripiegare su storpi, ciechi e zoppi, ad ogni angolo di mondo. Gli invitati alla cena sono molti, ma ognuno deve scegliere di accettare un invito così privilegiato e assoluto.

Amare più del padre, della madre, della moglie e dei figli, più della propria vita? Chi è che chiede tanto? Il pastore bello che ha lasciato novantanove pecore per cercare l’ultima, perduta sul ciglio del burrone, salvarla e tenersela in braccio. Il Signore sa di chiedere una cosa grande e difficile perché contraria al nostro istinto di possesso. Ce la fa non chi è virtuoso e forte, ma chi si è lasciato conquistare ed è affascinato dalla vita nuova che Dio dona nell’intimo e che cambia tutti i rapporti attorno, liberandoli dal possesso egoistico ed elevandoli alla statura di Gesù, l’uomo compiuto.

Questa pagina è spesso legata ai consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza. Comunemente li si ritiene riservati alle persone consacrate nella vita religiosa, nel senso che solo queste sono tenute a seguire l’invito di Gesù alla perfezione. La pensano così fedeli laici, ma anche sacerdoti diocesani, forse per l’identificazione dei consigli con i voti relativi di povertà, castità e obbedienza. Come se essere semplici cristiani non fosse sufficiente per un impegno totale. Gesù, però, non discrimina categorie privilegiate rispetto ad altre “comuni”. Lui parla a tutti, uomini e donne, che vogliono essere discepoli e raggiungere la maturità umana – oltre che la verità del nome cristiano – di un rapporto col prossimo che sia autentico amore. Vivere i consigli evangelici significa amare come Gesù.

Il Vangelo resta profondo da comprendere, più grande della nostra capacità. La parola del Signore è immensa, cresce con chi la legge. Non resta che la strada quotidiana del discepolo, l’incessante morire e risorgere in Lui. Tutto, persone e cose, deve essere sempre immerso nel Vangelo e risorgere nuovo. Non è facile, è come costruire una torre, o vincere una battaglia in guerra. Infatti Gesù stesso l’ha detto.

Angelo Sceppacerca

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