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Sanare le ferite

Intervista a mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo



Molti palazzi sono stati ricostruiti, altri ancora restaurati, la città, come il Paese, ha ripreso a vivere e a crescere. Tuttavia, a 15 anni dagli accordi di Dayton (novembre-dicembre 1995) che misero fine a tre anni e mezzo di guerra civile tra serbi, bosniaci e croati, Sarajevo rimane uno degli emblemi di quello che molti definirono il conflitto più caotico e sanguinoso in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ne sono testimonianza le ancora tante abitazioni crivellate di colpi da arma fuoco sulle facciate. Sono lì a ricordare il dramma che centinaia di migliaia di persone furono costrette a subire e per dire che fatti del genere non devono più accadere. Oggi c'è una casa europea che aspetta la Bosnia. SIR Europa ha parlato delle prospettive future della Bosnia con mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo e presidente della Commissione Giustizia e Pace dei vescovi di Bosnia-Erzegovina.

Eccellenza, 20 anni fa il crollo di Berlino ma anche di lì a poco anche lo scoppio delle guerre che avrebbero frantumato la Jugoslavia federale di Tito. Le ferite di questa guerra civile saranno mai sanate?
"È stato tragico constatare come alla caduta di un muro di divisione in Europa, quello di Berlino, ne sono sorti altri specie in Bosnia che per secoli ha visto convivere pacificamente le sue diverse anime. Questo Paese è stato spaccato e diviso. Nonostante ciò sono profondamente convinto, conoscendo la nostra gente, che sarebbe possibile una riconciliazione ed una guarigione di queste ferite. Ma è necessaria anche una situazione in cui si possa sperare in un sistema politicamente e socialmente giusto. Questo è il dato e la prospettiva mancante. Ci deve essere il coraggio da parte dei politici europei ed americani di correggere ciò che intenzionalmente è stato fatto bene per fermare la guerra, e quindi rimuovere questi ostacoli che rendono impossibile la pace. Ci sono abbastanza forze positive in Bosnia e nei Balcani disposte a collaborare per sanare le ferite e raggiungere la democrazia, il diritto necessari per aderire all'Ue dando anche un contributo di convivenza civile".

Quali sono in concreto questi ostacoli?
"Fondamentalmente è la spaccatura della Bosnia in due, come stabilito dagli accordi di Dayton. Due entità, la federazione croato-musulmana (Bh) che controlla il 51% del territorio e la 'Republika Srpska' ovvero la repubblica serba con il 49% del paese, organizzate come due Stati. Un sistema che non funziona in quanto rende difficile trovare un accordo comune sulle questioni della vita di tutti i giorni. Il funzionamento dello Stato è dunque impossibile: una divisione ingiusta che fa da zavorra alla crescita del Paese anche perché è una soluzione imposta. I politici devono avere il coraggio di dire che in questi ultimi 15 anni non si è raggiunto nessun risultato. Serve cambiare per trovare soluzioni migliori e favorire il bene comune convincendo i politici locali ad adoperarsi in questo cambiamento. Riconoscere di avere sbagliato è segno di maturità e intelligenza".

Nonostante le difficoltà si parla sempre più dell'ingresso della Bosnia in Europa. Cosa manca al Paese perché il suo cammino di integrazione europea trovi approdo nell'Ue?
"Come dicevo prima, serve una cornice politica democratica e giusta. La struttura del Paese, purtroppo, è stata spezzata durante la guerra, dopo la quale è stato imposto, con gli accordi di Dayton, un sistema politico che non ci permette di marciare spediti verso l'Ue. La comunità internazionale, Usa in testa, deve rendersi conto questa divisione impedisce il funzionamento dello Stato ed incoraggiare i nostri politici a prendere sul serio i compiti che l'Ue giustamente ci chiede".

Nella sua recentissima visita nella Repubblica Ceca, di Benedetto XVI ha parlato molto dell'Europa e delle sue radici cristiane da rivalutare. Un messaggio inviato anche agli altri Paesi della regione, Bosnia in testa…
"Possiamo ripetere ciò che ha detto il card. Vlk, ovvero che quando il Papa visita un Paese, in questo caso la Repubblica Ceca, manda un messaggio di speranza a tutti i Paesi di questa parte dell'Europa che ancora vacilla nel suo cammino per integrarsi pienamente nell'Unione europea. Penso anche che ci incoraggia a non tradire i valori che ci hanno da sempre caratterizzato. Siamo stati sotto un regime che ci ha costretto per 50 anni a proteggerci ma anche a difendere questi valori che forse oggi, specie in Occidente, sembrano aver perso una certa attualità. Il Vecchio Continente non può vivere senza quei valori morali, fondamentali della vita che coincidono con quelli cristiani".

Quali sono le condizioni di vita dei cristiani e quale contributo possono portare a questo cammino verso l'Ue?
"Spero che i cattolici e gli ortodossi in Bosnia offrano il proprio contributo innanzitutto vivendo e testimoniando la propria fede e i valori cristiani. Non ci possono essere buoni frutti per una vita democratica e giusta nel senso sociale se mancano i valori soprannaturali, la fede in Dio. Senza questi valori cristiani oggi in Bosnia non è possibile digerire tutto il veleno che la guerra ha rovesciato. Per fare questo dobbiamo metterci a collaborare forti dei tantissimi punti in comune che abbiamo e sono il 99,9%. Solo col il dialogo e la collaborazione possiamo progredire. Senza dialogo tra fedi e religioni non ci saranno prospettive certe per il futuro del Paese".
- GLI ALLEGATI
eur67.rtf (Allegato RTF)