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Benedetto XVI “ha disposto” che sia cambiata la preghiera per gli ebrei della liturgia del Venerdì Santo, contenuta nell’ultima stesura del “Missale Romanum”, anteriore al Concilio Vaticano II, pubblicata nel 1962 da Giovanni XXIII. La sostituzione decisa dal Papa intende rispondere ad obiezioni sollevate dopo la pubblicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum”, del 7 luglio 2007. La decisione della sostituzione, peraltro già anticipata dal card. Tarcisio Bertone nello scorso mese di luglio in un’intervista pubblica a Pieve di Cadore, è stata annunciata il 5 febbraio con una nota della segreteria di Stato, pubblicata dall’Osservatore Romano. Il nuovo testo, si legge tra l’altro nella nota, “dovrà essere utilizzato, a partire dal corrente anno, in tutte le Celebrazioni della Liturgia del Venerdì Santo con il citato Missale Romanum”.
Un po’ di storia... Nell'ultima stesura del “Missale Romanum”, pubblicata nel 1962, si pregava – in latino – per la conversione degli ebrei chiedendo a Dio di sottrarre “quel popolo... alle sue tenebre” e di rimuoverne “l’accecamento” (termine mutuato da una lettera di San Paolo). La preghiera per gli ebrei era già stata modificata, nel 1959, da Giovanni XXIII che aveva eliminato l’aggettivo “perfidis” e il successivo riferimento alla “perfidia” giudaica. Ancora prima, Pio XII aveva fatto precisare dalla Congregazione dei riti che la formulazione “pro perfidis judaeis” stava a indicare “per i giudei che non hanno la fede” e non per gli ebrei “perfidi”.
Il nuovo testo. Ecco una nostra traduzione, non ufficiale, del nuovo testo: “Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo”.
Alcune precisazioni. Va ricordato che il “Missale Romanum” del 1962 costituisce la “forma extraordinaria” del rito romano, concessa alle condizioni indicate dal Motu Proprio di Benedetto XVI; il suo uso nel Triduo pasquale riguarderebbe, pertanto, solo gruppi particolari. In tutte le parrocchie (e nelle altre chiese non parrocchiali, anche se non in tutte si celebra la liturgia del Venerdì Santo) si pregherà secondo la formula del Messale di Paolo VI che recita: “Preghiamo per gli Ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza”.
Quale il significato di questo cambiamento? “All’indomani della pubblicazione del Motu Proprio – spiega don Angelo Lameri, docente di liturgia alla Pontificia Università Lateranense – molti hanno espresso la preoccupazione nei riguardi di alcune espressioni che potevano essere interpretate come «antisemite» o per lo meno non in sintonia con il progresso del dialogo giudaico-cristiano a seguito della dichiarazione conciliare «Nostra Aetate». Ora viene fornito un nuovo testo in sostituzione di quello contenuto nel Missale Romanum del 1962”. La nuova formulazione – prosegue Lameri – “elimina il riferimento al «velo» che ha coperto il cuore degli ebrei, per invocare per loro la luce necessaria a riconoscere Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. L’orazione si apre poi con una citazione di 1Tm 2,4 (ripresa in «Sacrosanctum Concilium» 5) che dichiara la volontà salvifica universale di Dio. Su questa volontà di Dio si appoggia la richiesta per la salvezza di tutto Israele (da intendersi qui ovviamente non come Stato di Israele, ma come popolo dell’Antica Alleanza)”. La variazione, precisa Lameri, “riguarda solo il Missale Romanum del 1962, che costituisce la forma extraordinaria del rito romano, concessa alle condizioni indicate dal Motu proprio «Summorum Pontificum» di Benedetto XVI. Il Messale Romano riformato secondo i decreti del Concilio Vaticano II, fin dalla sua prima edizione, aveva rivisto la preghiera per gli ebrei alla luce della riflessione conciliare”.
Una proposta. Bisogna fare attenzione alle “versioni semplificate” che si danno alle notizie perché altrimenti “non si aiutano le persone a capire” né si “danno le giuste coordinate” per rispondere. È quanto precisa Piero Stefani, biblista ed ebraista, prima di commentare la nuova formulazione della preghiera. “Il punto fondamentale da capire – spiega lo studioso – è che il Papa ha modificato la preghiera per gli ebrei in latino che c’era nel messale del 1962. Ciò significa, in sostanza, che la maggioranza delle persone, non pregherà con questa versione. Questa la pronunceranno soltanto coloro che pregheranno con la messa in latino” nella versione risalente al 1962 ed autorizzata da Papa Benedetto XVI con il Motu proprio “Summorum Pontificum”. “Sarà quindi – aggiunge il biblista - una preghiera per un gruppo estremamente limitato di persone. Se si legge la preghiera attuale (quella del Messale di Paolo VI, ndr), il discorso è completamente diverso”. Riguardo alle reazioni degli ebrei, Stefani dice: “Bisogna innanzitutto capire se hanno avuto una spiegazione chiara”. Tuttavia, “qualche ricaduta l’avrà”. Per questo, lo studioso avanza la proposta di un incontro pubblico sulla questione tra un rappresentante ebreo e uno cattolico.
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