La comunicazione dei volti prima di ogni altra comunicazione: solo a partire da questa esperienza quotidiana si possono cogliere, in tutta la loro densità, la passione e l'intelligenza di don Giuseppe Cacciami anche per la comunicazione mediatica, nelle sue declinazioni antiche e nuove.
Il filo rosso tra le diverse comunicazioni per don Giuseppe è stato innanzitutto il sorriso, un sorriso che incrociava e rifletteva il sorriso di Dio. Un sorriso che spesso e volentieri s'innalzava in un canto o in un brano al pianoforte.
Un sorriso che gli veniva dall'essere prete, dall'esserlo con gioia, con brio, con la consapevolezza di vivere e condividere una straordinaria avventura.
Un sorriso che, da giornalista cattolico, riusciva a leggere nei piccoli come nei grandi fatti, nelle situazioni liete come in quelle più tristi.
Un sorriso che riassumeva il suo sguardo sul mondo e sul territorio, a imitazione e riflesso dello sguardo di Dio.
In questo esercizio don Giuseppe ha saputo unire la carità del sorriso alla carità intellettuale con una professionalità giornalistica fondata sulla fatica e sulla bellezza del pensare.
Un'informazione pensata per far pensare: questa, in sintesi, la sua visione di giornalismo e, ancor più, di giornalismo cattolico.
Pensava perché si sentiva pensato, il pensare era per lui un atto di gratitudine, di speranza e di amore.
Così egli riteneva il pensare non un esercizio elitario ma l'esperienza di ogni persona, l'esperienza di ogni popolo perché il pensiero è dono e responsabilità affidati non solo agli intellettuali ma anche ai poveri, ai semplici, agli emarginati, alla gente di tutti i giorni, alla comunità cristiana che vive sul territorio.
Questa è la gente che forma attorno ai campanili il tessuto forte e sano della nostra Chiesa e della nostra società.
Due realtà che don Giuseppe amava profondamente e per le quali si batteva, lottava, con gli "spilli" sul settimanale diocesano "L'Azione", con gli articoli sull'agenzia Sir, sulla stampa cattolica nazionale e internazionale. Sempre con l'inquietudine di Agostino, l'inquietudine non di chi è smarrito e disorientato ma di chi vibra nel vivere e raccontare la bellezza dell'Incontro con Colui che cambia la direzione della vita, cambia la direzione della storia.
In quest'avventura emergeva tutta la grinta di don Giuseppe che esigeva, da se stesso prima che dagli altri, una continua crescita professionale, culturale e spirituale per un'informazione religiosa in grado di offrire all'opinione pubblica gli elementi più seri e documentati perché potesse giungere a un giudizio non ideologico o frettoloso sulla vita e sul pensiero della Chiesa, sull'esperienza di fede.
Anche per questo non temeva il confronto con la diversità e frequentava volentieri il "cortile giornalistico dei gentili" dove era accolto con stima e simpatia, dove era ascoltato con attenzione.
Era però fermo nella difesa del giornalismo cattolico. "Vorremmo per quanto ci riguarda – scriveva nel primo editoriale del Sir (13 gennaio1989) – essere giudicati e verificati sull'obiettività, sul rigore del linguaggio, sulla documentazione, sull'attenzione alle cause e ai risvolti dell'avvenimento religioso piuttosto che sulla sua strumentale, brillante ed effimera utilizzazione per la curiosità del momento".
Costruttore di ponti di comprensione tra l'esperienza ecclesiale e l'opinione pubblica: questo, alla luce delle parole di Benedetto XVI, è stato don Giuseppe giornalista.
Ma ha anche insegnato a stimare e a sostenere i giornali cattolici, i media cattolici, in particolare quelli del territorio, le testate della Federazione italiana settimanali cattolici. Potremo leggere qui il monito di don Giuseppe a non sciupare per indifferenza o superficialità una ricchezza straordinaria, uno strumento prezioso di crescita ecclesiale, di approfondimento culturale, di dialogo con il mondo.
Lo abbiamo avuto vicino anche negli otto anni di malattia, non c'era più la stessa vivacità della parola, il silenzio e lo sguardo erano la sua comunicazione. Poi negli ultimi giorni le sue mani si sono levate leggermente, a incontrarne altre, a benedire.
Tutta la sua vita è stata benedizione.
"La vita – scrive Benedetto XVI nell'enciclica Spe Salvi – è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro e in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che c'indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata". C'è don Giuseppe tra queste luci vicine.
Paolo Bustaffa
(29 marzo 2012)