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 Sulla soglia della speranza 
Sulla soglia della speranza   versione testuale







Il passaggio da un secolo all’altro è sempre passaggio epocale, apre una nuova dimensione nella storia, propone dinamiche inedite, giovani volti si affacciano e raccolgono il testimone per portare avanti l’umanità: verso dove? Verso chi?
Una constatazione che deve trasformarsi nell’assunzione esplicita di una responsabilità storica e umana, perché altrimenti risulta solo passaggio convenzionale, obbligato.
“Stare sulla soglia della speranza” ci ha insegnato il neo Beato Giovanni Paolo II e ci ha pure consegnato un “come” che può tradursi in vita quotidiana, essere assimilato passo dopo passo.
Papa Benedetto, nel suo dire piano e incisivo, invita “all’indicativo”, cioè ad assumere quel vigore che emanava dalla testimonianza dell’uomo polacco Karol Wojtyla che visse i tempi oscuri della II guerra mondiale, della persecuzione nazista e il crogiolo del marxismo e, forse proprio per questa sofferta esperienza, non si smarriva in analisi trite e inutili ma puntava diritto al “dove” della sorgente: Gesù Cristo, nostra speranza. Solo guardando a Lui si può “vivere nella storia con uno spirito di ‘avvento’” e, allora, fiorisce: “Pienezza dell’uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace”.

Chi sta sulla soglia può gettare uno sguardo al passato, coglie il presente ma già si sente proiettato nel futuro, Giovanni Paolo II visse questa triplice dimensione: raccolse tutta l’eredità della Chiesa, il grande lavoro dello Spirito con il Vaticano II ma gettò, simultaneamente, le basi di un futuro, di un tempo in cui rimanere protesi in attesa, in ascolto. Posture tipiche e ineludibili del cristiano ma, soprattutto, di ogni prete, orante, sollecitato e dolente per i gravi problemi che affliggono l’umanità, e che non li sfugga da struzzo, ma sia disposto a “diventare un tutt’uno con quel Gesù, che quotidianamente riceve e offre nell’Eucaristia”.
È la fede, quindi, il perno che consente e fonda lo stare sulla soglia, quell’adesione profonda che sa e vuole pronunciare un “Amen” al Padre nell’“Amen” che è Gesù Cristo, sempre all’indicativo e non all’esortativo: “Così è!”.
“Amen” pronunciato non come una qualsiasi parola di circostanza o di convenienza, ma un “Amen” che gioca tutta la persona e tutta la vita, in qualsiasi circostanza, con qualsiasi umore e in qualsiasi affanno che colpisca la nostra umanità: catastrofi naturali, dissensi politici, guerre sempre ingiuste, poteri economici occulti e palesi che rovinano nazioni e persone. È inutile ricorrere a narcotici o a stordimenti mediatici che facciano vivere qualche ora fiabesca, la realtà è un’altra, dolorosamente un’altra.

Giovanni Paolo II l’ha proclamata con il suo semplicissimo stemma, non aristocratico, di sangue blu e perciò caduco ma simbolo di un legame eterno e forte: “Nell’icona biblica di Cristo sulla croce con accanto Maria, sua madre”, che fu per lui il prisma con cui guardare lo scorrere del tempo e il divenire della storia.
La sapienza teologica di papa Benedetto ha colto come questa scoperta giovanile del giovane polacco, sia diventata il tessuto connettivo della sua vita sacerdotale, della sua vigoria, della sua accettazione nella dissoluzione che ha corroso le sue giornate di malato, torcendolo ma non piegandolo nella sua oblatività e nel suo “humour”.
Maria, prisma biblico ed esistenziale, è per noi, all’indicativo, il modello, il “come” vivere senza cedimenti, perché seppe pronunciare il suo “Amen” alla volontà del Padre. “Amen” di cristallina fede come Maria è (non... sia) per noi il dono del Beato.

Cristiana Dobner – carmelitana scalza

(01 maggio 2011)





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