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Un ricordo vivo   versione testuale







Centinaia di migliaia di pellegrini hanno cominciato ad affollare fin dalla notte piazza San Pietro e via della Conciliazione per assistere alla beatificazione di Giovanni Paolo II. Tante le lingue parlate, ancora di più i Paesi di provenienza: oltre all’Italia, sono giunti da Polonia (ovunque si giri lo sguardo, gli stendardi biancorossi stanno sventolando), Spagna, Francia, Stati Uniti, Libano, Albania, Iraq, Ucraina, Messico, solo per citare alcune delle tante bandiere presenti in piazza. Comune il desiderio di rendere omaggio a un Papa che a ciascuno – giovane e meno giovane – ha lasciato un segno profondo.

Una presenza “doverosa”. Sono madre e figlia Marie-Anne e Constance Pikus, sono venute dalla Polonia (anzi, precisano, sono una famiglia “franco-polacca”) e hanno rispettivamente 53 e 14 anni. “Giovanni Paolo II è parte della mia vita”, ha raccontato Marie-Anne ricordando come il suo pontificato l’abbia accompagnata dalla giovinezza fino alla maturità. Perciò essere a Roma per la sua beatificazione è “una risposta doverosa” pensando a “quanto egli fece per me e per l’intera Chiesa”. Le fa eco la figlia Constance per sottolineare come lei abbia conosciuto papa Wojtyla nel 2000, “alla Giornata mondiale della gioventù a Tor Vergata” (Roma). Lei, ha spiegato, aveva, “solo tre anni”, ma ricorda ugualmente “quell’incontro”. E del pontefice beato ciò che lei ricorda soprattutto è “la capacità di viaggiare e andare incontro alle persone”. “Riconoscenza” per un Papa che “abbiamo amato quando era vivo e, nei pochi anni in cui l’abbiamo conosciuto, ci ha dato molto” è venuta dalle giovani messicane Lourdes Molina e Regina Castiglia Ponce, che proprio ieri sera, al Circo Massimo, assieme agli altri pellegrini arrivati dal Messico hanno gridato la gioia e la fede del loro popolo quando è stato annunciato il collegamento con il santuario di Santa Maria di Guadalupe.

Vicino ai giovani e al popolo. “Papa Wojtyla aveva i giovani al centro dei suoi pensieri e della sua azione pastorale: per noi era, ed è ancora, un riferimento, che ci esorta ad andare avanti e non avere paura”, ha detto Marie Therese Afeko, della Repubblica Democratica del Congo. E Gildas Daquin Sangou, originario della Repubblica Centrafricana, ha ancora ben viva nella memoria la visita apostolica di Giovanni Paolo II nel suo Paese, il suo “non aver paura di toccare la realtà con mano”. Il suo viaggiare, secondo il centrafricano, era una “testimonianza pastorale itinerante, e per questo viva”: egli “andava incontro a ciascuno, non aveva paura di baciare la terra che visitava, prendere in braccio i bambini anche se sporchi e malconci, toccare con mano la sofferenza della gente” e così dava quella testimonianza, come vicario di Cristo, “che Dio pensa anche a noi”.

L’invito all’impegno. Tra i volontari organizzati dall’Opera romana pellegrinaggi, riconoscibili dalla pettorina gialla, un gruppo di studenti e giovani lavoratori calabresi che proprio pochi mesi fa hanno dato vita a una scuola di formazione all’impegno sociopolitico a Vibo Valentia intitolata al beato e che come motto ha “Spalancate le porte a Cristo”. “All’origine del nostro impegno – ha spiegato Francesco Saverio Profiti, presidente del consiglio direttivo della scuola – vi è la Giornata mondiale della gioventù del 2000, quando Giovanni Paolo II ha parlato dei giovani come fuoco, speranza, futuro. Da lì abbiamo colto un invito all’impegno che ci ha portato a spenderci concretamente nell’ambito associativo e formativo”. Fino alla presenza “attiva” e “di servizio” al momento in cui Giovanni Paolo II viene proclamato beato.


(01 maggio 2011)





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