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L'attore che cerca l'incontro   versione testuale







"Devo ammettere che tutta quell'esperienza teatrale mi si è impressa profondamente nell'animo, anche se a un certo momento mi resi conto che in realtà non era questa la mia vocazione". Così Giovanni Paolo II ricorda l'esperienza giovanile del teatro rapsodico come una delle più significative per la sua formazione e per la sua vocazione sacerdotale. Quanto ha inciso il teatro sul futuro Giovanni Paolo II? Ne abbiamo parlato con Claudio Bernardi, docente di teatro all'Università Cattolica di Brescia e direttore artistico della rassegna "Crucifixus".

Come possono conciliarsi il teatro e il sacerdozio, due esperienze così apparentemente lontane?
"Forse quelle del teatro e del sacerdozio sono due esperienze lontane e opposte in generale, non nel caso specifico. Il teatro rapsodico del giovane Wojtyla era un teatro molto particolare, clandestino, con pochissimi mezzi, fatto in una stanza e smontabile in pochi secondi, per timore di un'irruzione dei nazisti. Era un teatro della resistenza, del rischio, un teatro partigiano, di testimonianza contro l'oppressione e lo sterminio. Era un teatro poverissimo fondato pressoché tutto sulla parola, ma parola viva, che voleva opporsi alla morte e affermare la vita. Annunciava nel pieno delle tenebre un Dio dell'Amore, un Dio che non poteva e non doveva essere quello che i tedeschi dicevano essere loro con la scritta sui cinturoni dei soldati: Gott mit uns. L'annuncio teatrale è però molto più debole, fragile e diffuso dell'annuncio fatto nelle chiese, a un intero popolo, a una nazione, al mondo. È per questo che trovo la vocazione sacerdotale di Karol molto coerente con quella teatrale".

Cosa rimane di quel giovane drammaturgo e attore nel futuro Giovanni Paolo II?
"Tante cose, ma una in particolare ha colpito tutti: il suo rapporto carismatico con i giovani. E quale poteva essere il nesso tra un'autorità religiosa, come quella papale, che immaginiamo solenne, distaccata, ieratica, e dei giovani sempre pronti a far baldoria, a esprimersi, a saltare e cantare? È l'amore per lo spettacolo e per quanti lo fanno che ha reso Giovanni Paolo II leader mondiale della comunicazione. Dire che era un grande showman significa sminuire la rivoluzione della comunicazione (e nessuno riuscirà più a batterlo su questo terreno) che Wojtyla ha messo in atto. Egli ha congiunto due elementi che i più pensano opposti: la capacità di stupire, sedurre, ammaliare, incantare del teatro e dello spettacolo e la profondità di pensiero, di azione, di responsabilità del discorso evangelico e cristiano".

Il "teatro della parola viva", attraverso l'espediente della rappresentazione, smaschera la finzione per diventare strumento di verità. Il teatro può ancora con la sua forza evocativa essere portatore di verità, strumento di fede?
"Qui siamo al centro della questione teatrale, che i più pensano sia finzione. Ma l'essenza del teatro è un'altra: è la presenza, vera, viva, di una persona che è l'attore che incontra la presenza altrettanto viva di un'altra persona o di un gruppo, riduttivamente chiamato pubblico. La ricerca teatrale del Novecento si è spinta agli estremi confini di questa presenza, arrivando, con il 'papa' del teatro, Grotowski (un altro polacco), a eliminare ogni finzione (il personaggio, la scenografia, le maschere e i narcisi attoriali, perfino il testo) per arrivare all'azione fisica pura dell'uomo attore, detto l'attor santo (contrapposto all'attore prostituta), che dona tutto se stesso per svelare il mistero dell'Amore nell'umanità. Il grande maestro di teatro italiano, Mario Apollonio, diceva che questo era il teatro: un verbo che si fa carne. E intendeva la parola poetica del drammaturgo che diventa viva attraverso l'interpretazione dell'attore. Grotowski è andato oltre. Se il verbo è il Verbo cristiano e il Verbo cristiano è l'Amore che si fa carne, realtà, qui, ora, tra noi, la parola drammaturgica perde forza e verità rispetto all'atto di amore. Abbiamo tutti ben in mente gli ultimi giorni di Wojtyla, quando si affacciò al balcone e non riuscì a dire una parola. Era allo stremo delle forze. Era alla fine. Tutti gli avevano sconsigliato di affacciarsi a quel balcone. Ma lui ha voluto andarci lo stesso. Non ha detto nulla. Ma il suo corpo era vivo, parlava. Diceva: 'Vi amo, vi voglio abbracciare! Amate Cristo! Amate il mondo! Amatevi!'. Sembrava che volesse, nel disperato tentativo di emettere non una parola ma un qualsiasi suono, allungare le braccia, sporgere il corpo per venire incontro e abbracciare la folla sottostante di fedeli, muta, commossa, incredula davanti a quella volontà evidente di dare la sua vita per noi, di darsi tutto a tutti. L'attore Wojtyla, l'attor santo che dona tutto se stesso, è emerso in tutta la sua grandezza negli ultimi anni di vita. Il suo corpo piegato, la sua voce spezzata mandavano in frantumi in tutte le televisioni del mondo, il falso mondo delle immagini patinate, dei bellimbusti, dei farfalloni, dei venditori di fumo e degli assassini dell'anima. Solo i ciechi e i duri di cuore non vedevano che ancora una volta, in modo mirabile, l'Amore si era fatto carne. In Karol".

(27 aprile 2011)





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