La poesia di Karol Wojtyla rappresenta il tentativo di tenere insieme la riflessione ontologica e il canto, assumendo in proprio la responsabilità di fondere due elementi da molti ritenuti inconciliabili.
Già dalle prime prove alla fine degli anni Trenta si nota questa tensione verso l'unità, un'unità fatta di razionalità ma anche di istinto, di intelligenza, di fantasia, di lavoro e di riposo dello spirito. In un "Magnificat" composto nel 1939 si avverte, ad esempio, un forte afflato pànico, che opera un vorticoso viaggio all'indietro, dal manufatto alla radice della natura:
"Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi
- la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce -
Ecco, io sono la terra dei campi, sono un maggese assolato,
ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra".
L'arte è un insieme di intelletto, di genio, di soffio divino e di natura, in un intrico impossibile da dirimere.
La forma è già un assillo per il futuro Pontefice: essa rischia di prendere la mano all'uomo, di divenire essa stessa fine distaccato dalla vera creazione, di gonfiarsi di "hybris" senza limiti. Il pericolo di un'arte così distaccata dal vero fine è quello della menzogna:
"Sii lodato, Padre, per la tristezza dell'angelo,
per la lotta tra canto e menzogna, il combattimento ispirato dell'anima -
Tu annulla in noi l'amore per la parola
e spezza la forma che, come un uomo vano, si gonfia".
Accanto all'intelletto, alla possibilità di cogliere barlumi di verità attraverso l'aiuto degli studi divini, accanto alla poesia vista come slancio verso il Creatore, si staglia la natura, elemento che non abbandonerà mai Giovanni Paolo II, neanche quando celebrerà, nel suo ultimo libro poetico, "Trittico romano", la grandezza del Michelangelo della Cappella Sistina. I boschi, i torrenti, le nevi, i cieli sono sentiti , prima che cantati, e questo è importante per capire che tipo di poesia sia quella di Wojtyla. Si è parlato prima di panismo, cioè di fusione con il tutto della creazione. Il panismo di Giovanni Paolo II non è però estetizzante, come è accaduto in alcuni rilevanti esempi di fine Ottocento e primo Novecento, non vi è cioè ricerca di soddisfazione solo estetica, confinata solo nella fruizione e nell'estenuazione languida. In Wojtyla ci si rende conto che questa fusione con il tutto non è fine a se stessa, non è arte per l'arte, non è esercitazione retorica o provvisorio innamoramento della bellezza cosmica, bensì sentimento di essere una parte di quel tutto, di esserlo da sempre e di andare dove quel tutto va, e questo è un importante elemento di distinzione. La natura non è solo scenario, o all'opposto un tutto autosufficiente e unicamente materiale: è anch'essa movimento incessante verso un Fine, verso anzi un'origine.
Ad un certo punto il poeta parla agli elementi della natura, come se interrogasse un libro sacro, o se si rivolgesse a ciò che sta dietro, che comprende e crea insieme il cosmo:
"Che hai detto, torrente di monte?
In che luogo t'incontri con me?
Con me che sono altresì perituro
Come te, siffatto...".
In tutta questa ricerca della parola che riesca a cogliere una lontana eco del Perché, lo sguardo assume un'importanza radicale, perché "Colui che creava, vedeva-vide 'che ciò era buono'": tutto era palese di fronte allo sguardo del Creatore.
Guardare significa per il Wojtyla poeta fare qualcosa di più del cantare poeticamente, perché è un'azione più immediata e più vicina al Logos giovanneo, a quel Verbo creatore, che non è parola mortale ("L'Indicibile", scrive Wojtyla, è una delle possibili definizioni di Dio), ma sfiora quell'unità di tutti i sensi e intelletti che attende dopo la fine delle cose.
"Il primordiale Verbo è come la soglia", scrive ancora nel "Trittico" Giovanni Paolo II, chiarendo, sempre che la poesia sia passibile di chiarezza, maggiormente la sua poetica: la visione lirica (ma qui, in realtà, siamo in una zona di contatto tra lirica ed epica), come quella dell'arte, quell'arte espressa così mirabilmente da Michelangelo, davanti alla cui opera il pontefice sosta estatico, è solo forma di una percezione in cui occhi, voce, intelletto cercano non se stessi in un rispecchiamento narcisistico (limite dell'arte moderna) ma quella Soglia da cui ogni cosa è partita e a cui ogni cosa tende abissalmente.
Marco Testi
(25 aprile 2011)