Tra i tanti primati che hanno caratterizzato il suo pontificato, Giovanni Paolo II annovera quello di essere stato il primo Papa a dedicare un'enciclica interamente alla "questione femminile". Alla vigilia della sua beatificazione, il SIR ne ha parlato con Ina Siviglia, docente di antropologia teologica alla Facoltà teologica di Sicilia.
Come definirebbe lo "sguardo" del Papa sulle donne?
"La prima cosa da puntualizzare, per analizzare adeguatamente il rapporto tra il Papa e le donne, è che Giovanni Paolo II si colloca molto bene nel contesto dei cambiamenti avvenuti alla fine del secolo scorso: tra questi, c'è il ripensamento cristiano di un femminismo che aveva abbandonato i punti di riferimento biblici, si era scollato dal piano religioso ed era diventato un movimento assolutamente laico. Per capire pienamente il modo in cui Giovanni Paolo II ha affrontato e impostato la questione femminile, bisogna inoltre tener presente altri due aspetti: il suo essere antropologo di estrazione, cosa che dà una base teorica e dottrinale molto forte al suo pensiero in materia, e il punto di vista teologico molto illuminato: basti pensare alla Mulieris Dignitatem, ma anche al ciclo di catechesi dedicate all'amore umano. Infine, c'è l'esperienza umana di Karol Wojtyla, sia sul piano personale, sia su quello ministeriale molto ricca in ordine al rapporto con le donne: ebbe infatti amicizie femminili molto profonde e durature, che gli hanno permesso di restare in contatto con il mondo femminile, e in modo non generico. Avendo, poi, girato tutti i continenti, il Papa aveva bene presente quanto poco in conto fosse tenuta la dignità della donna in molti Paesi".
Nella Mulieris Dignitatem, il Papa afferma che il "prendersi cura" è l'essenza del genio femminile, ciò che rende la donna l'"archetipo di tutto il genere umano". Sono consapevoli, le donne di oggi, dell'etica del dono come peculiarità di genere?
"Senza dubbio Giovanni Paolo II ha operato una rivoluzione: la Mulieris Dignitatem è il primo documento magisteriale che si occupa espressamente e unicamente del punto di vista della storia della salvezza al femminile. Giovanni Paolo II opera una ripresa dei fondamenti biblici e teologici, per riformulare la questione della donna non a partire dalle istanze sociali, democratiche, ma per essere coerente con il dato della fede. In questo modo, riconferisce uno spessore alle figure femminili nella Bibbia, che nel tempo era andato indebolendosi. L'ottica scelta da Giovanni Paolo II è quella della 'uni-dualità', in armonia col resto del dettato biblico: nella Mulieris c'è una lunga teoria di donne che si susseguono, culminante nella figura di Maria, cifra della stima e della dignità che merita la donna. All'epoca dell'enciclica, per questa sua linea di pensiero Giovanni Paolo venne considerato, erroneamente, un conservatore: il tempo, invece, gli ha dato ragione. Basti pensare all'attuale dibattito sulla bioetica, che ha portato a riconsiderare la responsabilità e il ruolo della donna in ordine alla vita e allo sviluppo della persona umana. Affidare il futuro della società all'elemento femminile, come fa il Papa, significa non dichiarare una stima inferiore all'uomo, ma rappresenta uno stimolo a rivedere il senso della 'differenza' tra uomo e donna, che nell'ottica della uni-dualità diventa condizione antropologica per guardare alla propria identità".
L'ottica della Mulieris Dignitatem è quella reciprocità: è stata recepita la sua lezione?
"A mio avviso, c'è una grandissima continuità tra il magistero di Giovanni Paolo II e quello del suo successore, in questo ambito. Benedetto XVI ha fatto un grande passo in avanti, in continuità con Giovanni Paolo II: nella sua prima enciclica, infatti, Deus caritas est, Benedetto XVI si sofferma sul rapporto tra éros e agàpe, amore umano e amore divino, in una continuità di risvolti antropologici molto rilevante: è questa, a mio avviso, la linea di maggiore continuità con la teologia del corpo e della sponsalità, sviluppata da papa Wojtyla anche nelle catechesi sull'amore umano".
In che modo le donne di oggi possono essere fonte di "umanizzazione" della società e contribuire, come auspicava Giovanni Paolo II, alla realizzazione di una "civiltà dell'amore"?
"Anzitutto, grazie alla maternità intesa non soltanto in senso biologico, ma 'universale', che porta a 'prendersi cura' della vita non solo all'inizio o alla fine di essa, ma anche in tutte le sue fasi 'intermedie': tra queste, si colloca il vasto campo dell'educazione, in cui da sempre le donne sono in prima linea. Le donne possono, inoltre, contribuire molto ad 'umanizzare' i luoghi di lavoro, dove spesso prevale l'interesse economico e le relazioni umane sono affidate più o meno al caso, ma anche la comunità ecclesiale, a patto che il loro 'pensiero' e le loro proposte pastorali trovino più ascolto. Per Giovanni Paolo II, infine, c'è una correlazione intensissima tra il 'genio femminile' e la civiltà dell'amore: lui era convinto dell'assoluta originalità e unicità della presenza femminile nella storia".
(06 aprile 2011)